Scommesse e Malavita: La Cassazione si pronuncia

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Nella mente di chi scrive, e forse non solo in quella si spera, non esiste una “assonanza” od una “propensione particolare” che vada a coinvolgere forzatamente il gioco d’azzardo e la criminalità organizzata: ma questo concetto, invece, scorre sulle righe dei quotidiani e nei servizi televisivi dove, quasi, sembra “d’obbligo” collegare il mondo dei giochi a quello della malavita. In effetti, in più occasioni ci si è dovuti rendere conto di quanta attrazione il settore ludico susciti nel malaffare, senza dubbio, convogliato dal fatto che trattandosi di “business” dove circola parecchio danaro contanti, proprio in quel segmento di intrattenimento si intraveda la possibilità di “lavare e stirare” il danaro sporco proveniente da affari malavitosi in modo che così possa ritornare sul mercato legale, pronto per essere investito in attività pulite ed assolutamente legali.

Di conseguenza, quando si legge di questi “intrecci” non ci si può che rimaner male: particolarmente, quando si percepisce la quasi certezza che, in realtà, i sistemi mafiosi fanno parte della gestione del gioco di taluni esercenti che non disdegnano di frequentare sale da gioco e da intrattenimento, applicando i “propri sistemi e le proprie abitudini” nei confronti di esercenti regolari, obbligandoli quasi con la forza a soggiacere ai “propri consigli… che non possono rifiutare”. Ciò non è esattamente in conclusione lo specchio del “sano divertimento” che il gioco dovrebbe, appunto, contenere e presentare ai propri assertori: ma purtroppo questa è diventata una realtà della quale ci porta a conoscenza la cronaca sempre più frequente di fatti che rivelano questa situazione criminosa.

Ecco, quindi, il perché di queste righe che seguono e che vogliono riferire di un intervento della Cassazione che decide su di un provvedimento, impugnato, che disponeva il sequestro di una società di scommesse con un generico riferimento ad un articolo del codice penale contenente gli estremi e le condizioni relative ai presupposti per la confisca dell’attività, anche se non vi era stata condanna. Ma nessuna condizione ed alcun presupposto si può far proprio di quanto afferisce alla società di scommesse di cui si disquisisce. Questo concetto viene evidenziato dalla Corte di Cassazione nell’annullare l’ordinanza con cui il Tribunale di Catanzaro accogliere l’appello proposto dal Procuratore della Repubblica avverso la ordinanza del Gip con la quale era stata rigettata la richiesta di sequestro preventivo di una società con sede a Malta che veniva indicata fare capo al ricorrente, sottoposto a misura cautelare perché indiziato del delitto di concorso esterno all’associazione “di tipo mafioso del clan degli Arena”, con rinvio per un nuovo esame al Tribunale di Catanzaro.

Il ricorrente, effettivo titolare della società che promuoveva gioco, aveva in realtà offerto collaborazione a quella cosca mafiosa, mettendo a disposizione un sistema illecito di intermediazione delle scommesse, software per l’organizzazione della raccolta illecita di scommesse online e per la gestione di giochi d’azzardo. Ma i Giudici della Corte di Cassazione, nella loro motivazione, constatavano che il provvedimento impugnato aveva limitato la ragione del sequestro alla mera confisca del bene oggetto della decisione, escludendo il nesso strumentale con l’attività criminale e con la probabilità effettiva della reiterazione del “reato”. É stata esclusa, finanche, la possibilità che la disponibilità della società potesse protrarre il reato contestato all’indagato, perché il sequestro messo in atto escludeva che la società potesse mantenere un collegamento operativo con gli Arena nella gestione delle scommesse. Bisogna anche sottolineare che le Autorità Maltesi avevano provveduto a revocare la licenza di svolgimento dell’attività di intermediazione nella gestione dei giochi online e dei giochi d’azzardo.

Per quanto sopra elencato, senza ombra di dubbio, si evidenzia che la mancanza di motivazione appaia assolutamente lapalissiana: pare anche il caso di sottolineare che il provvedimento impugnato aveva disposto il sequestro preventivo della società, ma questa è esattamente una espressione impropria poiché va sequestrato il complesso aziendale od il capitale sociale (o le quote sociali) ma non certo la società stessa, sottolineando anche che ai fini di una facoltativa connotazione della confisca andava bene precisato “su quale compendio doveva incidere il vincolo” e particolarmente “quale ragione l’aveva indotto”.

Alla fine, bisogna poi “tirare i fili della sentenza” che potrebbero sunteggiarsi con il concetto che deve essere provato (carta canta) che qualcuno viva e vegeti sotto il regime mafioso, deve essere provato in ogni modo e non basta che siano presenti dei personaggi di “serietà ambigua” se non vengono dettagliatamente specificati i rapporti e la loro posizione nei confronti del gioco per arrivare alla confisca di una società: tutto deve risultare chiaro e provato per continuare nell’operazione di sequestro e/o di confisca: ed in questa occasione nulla di tutto questo è stato provato senza ombra di alcun dubbio.

Pubblicato il: 5 giugno 2018 alle 14:25 - Autore:

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