Roma: Gli orari di gioco rasentano l’illegittimità

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Non è che ci si voglia sempre schierare contro ogni provvedimento che tocca la nostra bella Capitale, ed in ogni settore, ma bisogna però segnalare, ed ovviamente si sottolinea che non è un nostro parere che “non ci tocca” e del quale non saremmo senza dubbio all’altezza, il punto di vista del legale di As.Tro, relativamente al provvedimento emesso qualche giorno fa dal Primo Cittadino di Roma relativamente alle fasce orarie imposte alle attività di gioco che detengono le apparecchiature da intrattenimento come le slot machine. Già Roma, con la sua Legge sul Gioco, aveva fatto un poco discutere lo scorso anno quando è stata emessa: ora, anche l’ordinanza relativa agli orari di accensione e spegnimento degli apparecchi con vincita in danaro sta suscitando qualche perplessità che “ci piace” sottoporre all’attenzione di chi ancora ci legge. L’ordinanza del Sindaco di Roma, Virginia Raggi, a parere del legale, appare presentare diverse criticità. Una tra le prime è senza dubbio quella che nell’ordinanza ci si riferisce all’intesa sul riordino dei giochi tra Governo ed Enti Locali del 7 settembre 2017 laddove si stabilisce agli Enti Locali la facoltà “di interrompere il gioco sul territorio per un massimo di 6 ore complessive quotidiane”: cosa che nella Capitale è stata totalmente disattesa.

Il Consulente di As.Tro sottolinea che la disciplina degli orari di funzionamento degli apparecchi di gioco introdotta dal Primo Cittadino di Roma ha ridotto gli orari di apertura a otto ore giornaliere: dalle ore 9 alle ore 12 e dalle ore 18 alle ore 23 e questo presenta un profilo illegittimo. Continua il consulente “allargando” il discorso sul fatto che si sta parlando (nell’ordinanza Raggi) di gioco d’azzardo lecito, autorizzato dal Legislatore nazionale con concessione statale e che con questo si mettono in gioco diritti costituzionali che si possono racchiudere nel diritto all’iniziativa economica privata, alla salute ed al principio del pareggio di bilancio dello Stato. Quindi, teoricamente, le varie amministrazioni dovrebbero trovare una strategia per bilanciare questi diritti tra loro ed, ovviamente, le decisioni ed i provvedimenti che vengono adottati dovrebbero rispettare il principio di ragionevolezza e di equilibrio.

In tutti i territori, concretamente, si dovrebbero valutare per qualsiasi provvedimento si voglia intraprendere nel loro interesse, l’incidenza realistica del fenomeno della dipendenza problematica: qui in queste righe si sta parlando di Roma ed il regolamento approvato appare una misura restrittiva illegittima e sopratutto immotivata. Ma questo perché? Quando si assumono decisioni e provvedimenti da parte dei vari Comuni, principalmente quello di cui si sta parlando e quindi della Capitale, le limitazioni orarie assunte devono essere giustificate da esigenze concrete da dimostrarsi e sostenute da riscontro nei dati che l’Amministrazione comunale deve acquisire. Ma l’esito dell’istruttoria messa in campo dal Comune di Roma, che ha portato alle decisioni assunte dal Primo Cittadino, risultano essere palesemente sproporzionate rispetto ai numeri del fenomeno del gioco d’azzardo problematico riguardanti quel territorio.

Senza entrare, qui, nello specifico dei dati relativi ai soggetti coinvolti nel gioco patologico si può solo evidenziare che Roma, con una popolazione di 2.872.800 abitanti, al 31.12.2017 ha evidenziato 323 casi. L’aggiornamento portato a sostegno dell’ultima ordinanza relativa alla “restrizione” degli orari di accensione degli apparecchi di gioco, concernente un altro dato di 617 soggetti coinvolti nel gioco problematico nei primi mesi del 2018, non porta come riferimento se questo dato si riferisca solo Roma oppure a tutto il Lazio. Si tratta, di conseguenza, di un dato assolutamente non utilizzabile e non valido. Risulta, infatti, evidente l’esiguità dei casi rispetto alla popolazione e si denota una sostanziale inesistenza del fenomeno o, comunque, una consistenza che non giustifica nel modo più assoluto la restrizione messa in campo dal Comune di Roma.

La illegittimità e la sproporzione del provvedimento, sottoscritto dal Primo Cittadino romano, emergono anche da un esame, persino superficiale, dei dati: a fronte dei dichiarati 323 casi di gioco problematico nella capitale e, quindi, di 323 famiglie coinvolte si può evidenziare che esistono 1700 sale giochi corrispondenti a 1700 imprenditori con le relative famiglie. Ma, sopratutto decine di migliaia di dipendenti che perderanno il proprio lavoro a causa di un inevitabile calo di fatturato dovuto alle restrizioni orarie emesse in conseguenza di una decisione illegittima. Infatti, particolarmente la chiusura serale sarà di per sé causa di evidenti e drastici tagli all’occupazione conseguenti ai mancati incassi che le imprese di gioco subiranno da tali restrizioni orarie. A prescindere che tale illegittima sproporzione ricadrà anche in capo alle casse del nostro caro Erario che per i citati 323 casi annui verrà sfumare miliardi di euro di gettito: ma forse questo è meno importante in relazione agli eventuali licenziamenti che accadranno da parte delle imprese di gioco che saranno costrette magari addirittura a chiudere.

Un’altra “fonte di illegittimità” la si può poi riscontrare nei riferimenti che si fanno nell’ordinanza di restrizione oraria alla Conferenza Unificata poiché quanto contenuto nell’intesa per il riordino relativamente agli orari di funzionamento degli apparecchi di gioco con vincita in danaro è stato ampiamente disatteso dallo stesso provvedimento romano. Anche se è pur vero che il contenuto dell’accordo sul riordino avrebbe dovuto essere recepito da un decreto attuativo, cosa non avvenuta, ma questo certamente non elimina il peso dei contenuti condivisi dai protagonisti della Conferenza.

Infatti il 7 settembre 2017 era stato stabilito che: gli orari di gioco nell’arco della giornata sono definiti con l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli; che il limite minimo di aperture delle sale ed il funzionamento degli apparecchi fosse di 18 ore al giorno (sospensione massima di 6 ore giornaliere); che l’orario avrebbe dovuto essere il più omogeneo possibile a livello nazionale e regionale. Neppure una parola di tutto questo è stata presa in considerazione dall’ordinanza Raggi, che stralcia affermazioni dell’intesa che “fanno il caso proprio” ignorandone completamente invece i criteri concordati e concertati.

Pubblicato il: 23 luglio 2018 alle 14:55 - Autore:

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